Chi decide, e come, se c’è un genocidio?
A volte a teatro si affaccia la vita. E persone vere salgono sul palco a fianco delle finte.
Dopo un milione di morti, la vita si presenta in coda al nostro spettacolo sul Rwanda, messo in scena al teatro Cuminetti il 7 aprile 2004 in occasione del decennale del genocidio e prima giornata della memoria stabilita dall’Onu. Abbiamo in programma due repliche quella mattina e due la successiva.
Alla fine della prima replica sale sul palco una donna tutsi. È rimasta una foto di quel momento: lei in piedi con il microfono in mano fra le decine di statue di gesso bianchissimo distribuite su tutto il palco. Chiedo a Fabio Pipinato se si ricorda chi era. Era in Rwanda come operatore nel 1994 durante il genocidio ed è riuscito rocambolescamente a scappare. Sono certo che l’aveva invitata lui. Gli giro la foto, ma al momento non ricorda. “Sto chiedendo” mi scrive su wa.
“Lo spettacolo mi ha molto toccato e adesso vi racconto una cosa che non ho mai detto a nessuno” dice la donna salita sul palco in un italiano incerto ma comprensibile.
“Vi dirò come è stata sterminata la mia famiglia dal mio fidanzato hutu”. Nessuno si aspetta questa cosa e le videocamere ormai sono spente mentre lei racconta nei dettagli fatti atroci. E va avanti per un po’. Penso adesso che si sia messo di mezzo il destino a stendere un velo sull’osceno. Come nelle tragedie greche.
Fabio mi scrive per wa che non è Yolande Mukagasana come aveva indicato inizialmente. Si chiama Marie Louise Niwemukobwa. Vado in internet e la trovo perché ha scritto anche libri. Mi piacerebbe incontrarla di nuovo.
Finita la testimonianza la confortiamo e la ringraziamo. “Ma dove avete preso quella filastrocca che cantate nello spettacolo?, ci chiede. “Quella mi ha fatto ripiombare in quei momenti”. Si riferisce a una canzoncina che ci ha dato abbastanza da fare e di cui non intuiamo gli effetti che potrebbero avere su chi ha subito quella tragedia.
Come capita spesso, individuato un tema, cominciamo a cercare qua e là informazioni e suggestioni. In quegli anni impera il mulo che consente di scaricare molto materiale video, ma bisogna tenere acceso il pc giorno e notte e noi, io e Maria Pia, lo abbiamo in camera. In un documentario, credo, svizzero, che racconta il genocidio e la fuga frettolosa degli occidentali, sento questa canzoncina. Sembra una semplice filastrocca. È molto orecchiabile e facile da imparare. Piacevole. Non mi soffermo subito su sottotitoli che ne traducono il contenuto razzista contro i tutsi, i ‘montagni’ che devono essere sterminati.
È settembre del 2004. Abbiamo il piede in due scarpe. Da una parte dobbiamo riprendere il ‘mitico’- mi dice proprio così Enrico, un ragazzo di prima che si iscrive al laboratorio appena arrivato a scuola- il mitico spettacolo sul G8. Ci hanno chiesto alcune repliche: abbiamo perso qualche attore e dobbiamo rimetterlo insieme. E Enrico si aggiunge.
Dall’altra cominciamo il lavoro sul Rwanda. A settembre al festival di Mantova, in coda alla presentazione di un libro, conosco casualmente Joshua. Parlando del più e del meno con lui in attesa di entrare all’evento, gli dico che vorrei fare una cosa sul Rwanda e lui mi dice che abita a Milano ed è il rappresentante dei rwandesi in Italia. Mi sembra qualcosa più di una casualità. Lo invito al laboratorio residenziale di tre giorni che di lì a poco terremo a Candriai, sul monte Bondone che sovrasta la nostra città.
A Candriai fra gli esperti già contrattualizzati c’è Antonio Pizzicato. Non è propriamente un musicista, ma riesce a far cantare a cappella armonie e ritmi molto suggestivi ed efficaci a teatro. Ci riesce anche con persone non educate al canto. A lui chiedo di trascrivere dalla videocassetta quella canzoncina e insegnarla agli studenti. Su una lavagna bianca scrive le parole della canzone divise in sillabe. Gli studenti la guardano e cercano di imparare la melodia non difficile, ma che contiene un passaggio più arduo. Poi la imparano e ci ritroviamo a volte a canticchiarla come un simpatico jingle. Solo che il testo dice così:
Venite amici a celebrare!
Gli scarafaggi sono stati sterminati!
Venite amici a celebrare!
Dio premia i giusti.
Dove per scarafaggi di intendono i tutsi.
Questa canzoncina diventa la colonna sonora dello spettacolo. Solo quando Marie Louise racconta la sua storia ne cogliamo la portata travolgente.
Visto che Antonio vive a Milano, dopo il suo intervento iniziale, cura l’aspetto musicale dello spettacolo Fazia, collega di filosofia ma soprattutto musicista e ottima insegnante di musica. E funziona.
Marie Louise ci racconta che quella canzone era ripetutamente trasmessa in radio ed è stata uno dei veicoli più importanti della propaganda che ha indotto gli hutu più estremizzati a uccidere un milione di tutsi e non solo tutsi a colpi di machete in pochi giorni. Riascoltarla è stata per Marie Louise una macabra epifania che l’ha riportata a quei giorni e non solo ha risvegliato ricordi terribili, ma per la prima volta le è salito il desiderio di raccontarli. E lo ha fatto in quel momento davanti agli studenti.
Stiamo raccogliendo i nomi di tutte le persone che hanno partecipato a questo spettacolo. A breve li inseriremo. Chi sa di aver partecipato, può aiutarci compilando questo modulo. Se qualcuno non vedesse comparire il proprio nome o quello di altre persone, può segnalarcelo con un messaggio a sottoildavinci@gmail.com