Ce l’avevano chiesto tante volte. Alla fine lo abbiamo fatto: un musical.
Non tanto con i bambini, con cui ho fatto solo un paio di esperienze dirette, ma sul linguaggio dei bambini lavoro un po’ per il Peter Pan che mettiamo in scena il 6 aprile 2009. È il giorno del terremoto in Abruzzo.
Per il Peter Pan abbiamo un problema: come far parlare Trilli. Nell’originale di Barrie non parla una vera lingua. Bisogna inventarsene una per evitare leziosi campanellini e lucette. Mi viene un’idea. Costruire un lessico attingendo alle parole storpiate che dicono i bambini piccoli. Applico un criterio che adotto ordinariamente: se vuoi far fare una cosa agli studenti falla prima tu o falla insieme a loro. È così, ad esempio, quando teniamo il diario: anch’io lo devo scrivere rispettando le stesse regole che do a loro. In famiglia non fatico a raccogliere esempi di parole storpiate. Me ne vengono in mente solo alcune in questo momento: ippele per principe, tatata per Cenerentola, pinna per crema, appa per acqua. Durante il laboratorio condivido con gli studenti le parole dei miei figli. Chiedo loro di intervistare genitori, nonni e zii. All’inizio prevale l’imbarazzo.Gli adolescenti che sgomitano per liberarsi dall’infanzia, non amano queste retrospettive cringe. Mi guardano perplessi. Ci vogliono un paio di incontri per cominciare a smuovere le acque. Dopo un po’ riusciamo a mettere insieme un lessico di qualche decina di parole.
Normalmente nei nostri spettacoli gli attori ruotano sui ruoli. Ci sono dunque più persone che fanno Trilli. A loro assegno il compito di costruire delle sequenze di parole come se fossero delle frasi. In realtà queste frasi non si compongono in astratto, ma nascono dalla situazione emotiva che Trilli in quel momento deve esprimere: rabbia, allegria, tristezza, delusione, speranza. Quando dialogano devono riempire gli stati d’animo del personaggio con questi suoni cui attingono da questa tabella. Ne viene fuori una lingua di puri suoni che per i fatti loro hanno una storia profonda. Il pubblico sente queste frasi che sembrano pura invenzione. Invece sono l’esito di un lavoro che ha imposto agli studenti di andare a casa e parlare con genitori e parenti della loro infanzia, di ricostruire questo lessico familiare che benché intimo rientra in una dimensione rappresentativa. Per uno spettacolo che parla di bimbi abbandonati o persi, mi è sembrata una bella idea. E quello che conta è il lavoro che i ragazzi hanno fatto a casa.
Dalla prima pagina dell’opera è venuta l’idea di usare i palloncini gonfiati a elio per far volare i personaggi. Anzi questa è stata in assoluto la prima idea sorta quando è cominciato il lavoro.
“Per entrare nei Giardini ci sono molti cancelli, ma voi entrate sempre dallo stesso, e prima di entrare vi fermate sempre a parlare con la signora che vende i palloncini. Questa signora sta seduta proprio vicino al cancello e si tiene aggrappata alle sbarre, perché se lasciasse la presa i palloncini la solleverebbero in aria e la porterebbero via.”
Stiamo raccogliendo i nomi di tutte le persone che hanno partecipato a questo spettacolo. A breve li inseriremo. Chi sa di aver partecipato, può aiutarci compilando questo modulo. Se qualcuno non vedesse comparire il proprio nome o quello di altre persone, può segnalarcelo con un messaggio a sottoildavinci@gmail.com