Eh sì, tutto quello che facciamo è paradossale.
Martedì 9 gennaio 2007
Amedeo (ore 8.20)
Il computer era già sul banco. Mi sembra strano che non lo avessi messo via. Oggi vorrei lavorare con corde e spaghi come simbolo del filo spinato incrociando la poesia con il passo tratto da Imperium. Mi piacerebbe che ne uscisse una bella scena fisica. Se Emilio ha tempo bisognerebbe legare due pali verticali al muro per creare la gabbia. Forse si può arrivare anche ai lacci delle scarpe. Ci vorrebbe una musica giusta, che però non ho ancora trovato.
Amedeo (ore 13.54)
Abbiamo fasciato con un cavo bianco colonne e pilastri.
Sabrina (ore 14.45)
Sono tornata dal mio rapidissimo test di inglese e ho trovato la sala avvolta come una ragnatela da metri e metri di spago bianco che si attorcigliava attorno alle colonne e ai muri. Daniele tiene ancora in mano quello che sembra il fuso di un telaio a cui è avvolto lo spago e lo srotola come filo spinato in un intrico da cui lui e gli altri ragazzi vengono imprigionati mentre cercano di muoversi sopra sotto i fili in mezzo alla ragnatela che è sempre più fitta. Fabio intanto gioca con l’effetto dei fari sul filo. Da un lato a quello opposto della sala adesso Daniele svolge un lungo spago nero che si insinua nella trama bianca in modo apparentemente casuale fino a tornare quasi al punto di partenza e poi un altro lungo tratto di corda attraversa la gabbia di fili e poi un altro. Il gioco di luce verde al fosforo crea un effetto elettrico. Amedeo si insinua nella trama e prova a muoversi con delicatezza nel tentativo di attraversare il reticolato sembra un gigante che cammina sulle uova. Lo imitano i ragazzi che devono passare da un lato all’altro prima al buio e poi con una flebile luce da fondale senza rimanere catturati come prede di un ragno invisibile e gigantesco. Ultima fase la lettura del testo di Kapuscinski da dentro la ragnatela nella fatica del movimento: “Le frontiere terrestri ….dell’Impero "sovietico"…. corrono per 42000 chilometri… e sono chiuse da fitte barriere di filo spinato….tonnellate di filo spinato…sbarramenti annodati e intrecciati con tale minuzia da non lasciar passare nemmeno un topo…..” Bravi ragazzi!
Emilio mi dice che gli piacerebbe lavorare con la terracotta. Avverto nettamente che vorrebbe rimettere le mani nella creta. Che lo sa fare, me lo dimostra elencando i pochi strumenti che sarebbero necessari per iniziare: argilla, acqua, girelle e spatole.
Aggiunge però che non si può fare perché c’è un problema. Senza un forno non si può cuocere l’argilla e se si fa cuocere fuori, i costi e la scomodità sono notevoli. Emilio ha l’atteggiamento di chi vuole tanto, ma si trattiene perché sa che è complicato. La butto lì. “E perché non facciamo un progetto che preveda l’acquisto del forno per la scuola?”
L’anno successivo lo spettacolo è dedicato al giornalista e inviato di guerra polacco Ryszard Kapuściński. Abbiamo l’onore di conoscerlo grazie a Francesco e Alberto quando incontra alcuni studenti, ma ci fa il dispetto di morire un mese prima di assistere al nostro spettacolo come aveva promesso. Durante la rappresentazione Emilio è in scena e insieme agli attori forgia un vaso d’argilla. In scena ci sono anche i garofani rossi in terracotta e filo di ferro fatti dagli studenti durante il laboratorio. Un vaso nato durante lo spettacolo con tutte le nostre firme, lo regaliamo alla moglie e alla figlia del giornalista. Lo portano a casa in Polonia. Dopo vent’anni, grazie a Sabina, una bravissima collega e artista, quel forno è ancora in funzione e nella nostra scuola si fanno laboratori di ceramica.
I garofani rossi nello spettacolo su Kapuściński. Alcuni sono ancora in bella mostra in una vetrina vicino all’ufficio della Preside. Li ha salvati una bidella. Li trova nel seminterrato sparsi a terra fra polvere e detriti. Li lava e li lucida e poi li espone nella bacheca. Quando li vado a prendere per la mostra, mi racconta questo fatto. Allora le mostro il video di quando sono stati modellati. Si commuove orgogliosa. Le chiedo il nome per ricordarmi della grazia che ci ha fatto.
Realizzo però che non ricordo più perché abbiamo tanto lavorato sui garofani per quello spettacolo. Provo la via più rapida. Chiedo a google “dove scrive di "garofani" Ryszard Kapuściński”. AI overview mi risponde “Ryszard Kapuściński non scrive specificamente di "garofani" in modo centrale o ricorrente nelle sue opere. Tuttavia, il termine "Rivoluzione dei Garofani" è strettamente legato alla Rivoluzione dei Garofani in Portogallo”.
Portogallo? Non mi dice niente. Rinuncio a interrogare altre AI e vado nell’hard disk dove ho accumulato quanto si è salvato delle esperienze teatrali al liceo. Fatico a orientarmi nelle cartelle. Cerco un file di drammaturgia senza successo anche se c’è una cartella con questo nome. Vuota. Poi dove non mi aspetto trovo un file che si chiama “070124cosafacevoio.doc”. È una specie di pagina di diario del 24 gennaio 2007. E trovo i garofani.
“92 dJ”. Dice così l’indice dei nomi geografici mondiali del mio atlante. Il computer segna le ore 16.16 del 24 gennaio 2007. Finalmente mi sono preso la briga di controllare, non potevo più differire: “92 dJ”. Devo rivedere sull’indice perché non ricordo quale delle due lettere è la maiuscola e quale la minuscola. Ecco ho trovato: Vorkuta. È sopra la linea tratteggiata del circolo polare artico. In Russia.
Ieri sera, prima di dormire, ho letto qualche pagina di Imperium di Ryszard Kapuściński. Ero molto stanco e sono stato in dubbio fino all’ultimo se prendere in mano il libro. Vicino c’erano anche quelli di Anna Politkovskaja, che ho da poco e tanta voglia di leggere. Mi sono deciso per Kapuściński. La volta scorsa avevo finito un capitolo e me ne aspettava uno nuovo. Bene, così non devo fare troppi collegamenti. Però c’erano i garofani rossi. Mi erano rimasti impressi e ci avevo ripensato più volte nei giorni precedenti. Come trarne una scena? Questa era la domanda apparente. Quella vera era: perché mi sono rimasti in mente? Ho riletto quel finale:
«Scorsi per strada una baracchetta di legno. Un azerbajgiano olivastro vendeva gli unici fiori che si trovino da queste parti, garofani rossi. “Dammi i più belli,” gli dissi. Quello scelse uno per uno una dozzina di garofani e li involtò con cura in un pezzo di giornale. Desideravo deporli da qualche parte, ma non sapevo dove. “Magari li ficco in un ammasso di neve,” pensai, ma c’era gente dappertutto, temevo la goffaggine del gesto. Proseguii fino alla traversa successiva: gente anche lì. I fiori intanto cominciavano a ghiacciare e irrigidirsi. Cercavo un cortile vuoto, ma erano tutti pieni di bambini intenti a giocare: non volevo che trovassero i garofani e se li portassero via. Continuai a vagare per vicoli e strade. Sotto le dita sentivo i fiori farsi rigidi e fragili come vetro. Arrivai fuori città e lì, senza più assilli, li deposi tra i mucchi di neve».
Mi pareva di vederlo. Oggi mi intenerisce credere che stavo leggendo quel passo proprio mentre Kapuściński moriva. Quanto è grande un uomo che si apparta per superare il peso della goffaggine, ma vuole compiere un rito simbolico. Laico. Puro. Solitario. Discreto. Sacro. Dodici garofani rossi nei mucchi di neve.
Qualche pagina prima:
«Sono venuto a Vorkuta per vedere lo sciopero, ma anche per compiere un pellegrinaggio. Vorkuta è infatti un luogo di pena, un luogo sacro. Nei suoi lager sono morte centinaia di migliaia di persone. Quante esattamente? Nessuno potrà mai dirlo. I primi condannati arrivarono nel 1932, gli ultimi furono liberati nel 1959. Il grosso delle vittime perì durante la costruzione della ferrovia con cui si trasporta il carbone ad Archangelsk, Murmansk e Petrozavodsk. Fu in quella occasione che un ufficiale dell’Nkvd disse: Mancano le traversine? Fa niente, ci mettiamo voialtri!”».
Stiamo raccogliendo i nomi di tutte le persone che hanno partecipato a questo spettacolo. A breve li inseriremo. Chi sa di aver partecipato, può aiutarci compilando questo modulo. Se qualcuno non vedesse comparire il proprio nome o quello di altre persone, può segnalarcelo con un messaggio a sottoildavinci@gmail.com